Intervista al regista G. William Lombardo

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Intervista al regista indipendente G. William Lombardo, già conosciuto nel panorama indie italiano per il corto “U.N.O. – Urlo nelle orecchie”.

 

 

G. William Lombardo è un regista italiano indipendente già noto nel settore per il suo primo cortometraggio U.N.O. – Urlo nelle orecchie, e oggi ci concede qualche anticipazione sul suo nuovo progetto, La particella fantasma. Conosciamolo meglio attraverso le nostre domande.

Raccontaci di come è nata la tua passione per il cinema e delle tue prime esperienze nel settore.
L’amore per il cinema penso che sia sempre stato presente in me, sin da quando mi trovavo nella pancia di mia madre. Sin da bambino mio padre mi ha insegnato a guardare tutti i tipi di film, soprattutto quelli di Steven Spielberg e dei fratelli Scott, e più crescevo più in me si sviluppava la curiosità di capire i meccanismi che portavano alla realizzazione di quei mondi ricchi di magia. Così all’età di otto/nove anni ho preso la vecchia videocamera di mio padre e ho iniziato a giocare e a sperimentare. A tredici anni realizzai il primo cortometraggio degno di chiamarsi così, un horror girato con un gruppo di amici e ispirato ai film di Wes Craven e John Carpenter a “Monte Pellegrino”, un promontorio che domina tutta la parte sud di Palermo e che è ricco di sentieri boschivi che richiamano molto i film horror anni ’70. Da quel momento ogni estate la dedicai alla produzione di piccole storie che mi permettessero di migliorare e di andare oltre i miei limiti, ma anche di divertirmi in compagnia dei miei migliori amici. Fare un cortometraggio, o un lungometraggio, è un’avventura che ti porta ad uscire dal mondo “ordinario” per vivere esperienze straordinarie, e questo sono dell’idea che valga sia quando giri piccole cavolate con gli amici, sia quando giri con un budget ed una troupe professionista. A diciassette anni mi si presentò un’occasione unica durante un soggiorno a Siracusa: la direttrice generale dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico), con la quale avevo parlato di cinema e della mia passione , mi inviò dopo qualche giorno, una sua e mail in cui mi chiedeva di inviarle alcuni miei lavori. Circa un mese dopo mi invitò a Siracusa per parlare con lei e con il sovrintendente della possibilità di partecipare a uno stage come assistente alla regia di Claudio Longhi per la produzione del Prometeo. Fu un’esperienza fantastica, e da quel momento quella passione, iniziata per gioco, si era trasformata in un vero e proprio lavoro, che mi ha portato a diciotto anni a svolgere il ruolo di assistente alla regia per un altro grande nome del panorama italiano: Roberta Torre. Con Roberta ho passato un anno incredibile, in cui ho imparato molto e ho anche faticato più di quanto avessi fatto a Siracusa l’anno prima. Fare l’assistente ti mette nella posizione non solo di osservare ciò che fanno i più esperti ma anche di agire per risolvere i problemi quotidiani che una produzione affronta. Per un ragazzino penso che questo tipo di esperienze valga più di mille scuole di cinema, perché ti permette di capire cosa significhi non solo stare su un set ma anche rapportarsi con le varie maestranze.

Parlaci del tuo primo cortometraggio, U.N.O – Urlo Nelle Orecchie.
“U.N.O.” nasce dall’esigenza di raccontare una storia ambientata nella mia città, Palermo, che non avesse al suo centro il tema del fenomeno mafioso ma una storia alla “dottor Jekyll & Mr. Hyde”. Non giravo horror dai tempi del mio primo cortometraggio e così ho pensato che non sarebbe stato male riprendere tutti gli elementi che mi avevano fatto amare quelle atmosfere da bambino e metterle al servizio di una storia inedita. Per la sceneggiatura ho contattato un vecchio amico, Francesco Patella, con il quale da tempo parlavo di fare qualcosa assieme: dopo tre giorni mi presentò un copione di trenta pagine dal titolo “L’Urlo Nelle Orecchie”. Il copione era ricco di idee interessanti ma necessitava di essere lavorato ancora un po’ e dopo nove stesure arrivammo a quello che è stato il copione definitivo del film. La scelta di un realizzare un thriller psicologico penso che derivasse dal fatto che mentre ero all’ultimo anno di liceo un ragazzo si suicidò, nessuno di noi si era accorto del dolore che questa persona si portava nell’anima. Normalmente siamo abituati a pensare che eventi così drammatici accadano “agli altri” e quindi la morte di questo ragazzo mi sconvolse un poco. La storia che racconto in “U.N.O.” è attraversata dal quel senso di inquietudine che iniziai a provare dopo quel tragico evento. Guardandolo a distanza di tre anni, trovo che sia un cortometraggio che si apre a tante interpretazioni, e la storia penso che ancora trasmetta con grande forza il pessimismo con cui guardavo alla vita in quel periodo. Quel cortometraggio mi ha fatto realmente comprendere lo stretto legame che sussiste fra l’opera e il periodo emotivo dell’artista che la crea.

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Un nuovo film, La particella fantasma, sembra essere pronto per il primo ciack! Raccontaci come è nato il progetto.
La sceneggiatura de “La Particella Fantasma” è nata in maniera molto inaspettata. Esattamente un anno fa stavo scrivendo insieme ad Antonino Lupo (il co-sceneggiatore anche de “La Particella Fantasma”) un film fantascientifico intitolato “H.O.P.E.” , che nelle mie intenzioni doveva essere il ritorno del cinema fantascientifico alle atmosfere e ai toni epici di “2001 Odissea nello Spazio”. Terminata la prima stesura cercai, invano, possibili finanziatori disposti ad investire su un progetto molto rischioso e inutile dirti che le cose non andarono come speravo. Da un punto di vista morale ero molto abbattuto perché avevamo investito molti mesi nella stesura di questa sceneggiatura ma in questo mestiere devi tenere in considerazione anche la percentuale di rischio che i produttori sono disposti a correre. Ero intenzionato a prendermi qualche settimana di pausa ma non ne ebbi il tempo perché mi capitò sotto agli occhi un articolo di “Wired” in cui si parlava della riapertura del caso Majorana da parte della procura di Roma. La figura di Ettore Majorana mi aveva affascinato già dagli anni liceali quando lessi per la prima volta “La Scomparsa di Majorana” di Leonardo Sciascia. Quello che mi ha spinto a raccontare questa storia é stata la voglia di esplorare il grande e difficile problema dello scontro tra scienza ed etica, la prima che si muove con una impressionante rapidità, la seconda che ancora non ha ben compreso quale sia il confine tra bene e male. Ettore Majorana si interrogò molto sulle questioni morali legate alla scienza, infatti oltre ad essere un grande scienziato possedeva grandi conoscenze in ambito filosofico e forse é stato il suo amore per la filosofia che lo ha portato a non vedere di buon occhio i “ragazzi di via Panisperna” a cui faceva capo Enrico Fermi. C’è chi ha visto nella scomparsa di Ettore un forte richiamo ai personaggi pirandelliani, come il Vitangelo Moscarda di “Uno, nessuno e centomila”, e devo dire che mi trovo parecchio d’accordo con questa idea. Se ci pensiamo un attimo viviamo in un mondo folle e molto spesso paradossale in cui ci si arma per la pace e per evitare lo sterminio ma poi si producono ordigni nucleari per salvare l’umanità impietosamente guidata dai politici. E quando, poi, vediamo qualcuno che cerca di sfuggire da questa realtà paradossale lo etichettiamo come “pazzo” o “fuori di testa”. Con questo film spero davvero di riuscire a raggiungere il maggior numero di coscienze possibili, per indurle a riflettere sulle responsabilità che abbiamo nei confronti di questo meraviglioso pianeta e delle persone che lo popolano.

Cosa ne pensi del cinema italiano contemporaneo?
Il cinema italiano di oggi non mi fa impazzire particolarmente perché sono state portate avanti scelte molto scellerate che hanno visto l’approdo nelle sale cinematografiche di gente dalle dubbie qualità e capacità artistiche. In mezzo a tutto questo casino, per fortuna, ci sono dei registi come Pietro Marcello, Roberto Minervini, Franco Maresco e Gianfranco Rosi che negli ultimi anni hanno prodotto opere incredibili e che portano avanti un’idea di Cinema seria, improntata al parlare alla coscienza degli spettatori. Si tratta di un’idea di cinema in cui lo spettatore non deve essere passivo, ma coinvolto emotivamente e spinto dalle immagini a riflettere sulla realtà. Quello che questi registi fanno è lasciare un segno indelebile nell’anima dello spettatore una volta che questi lascia la sala alla fine della proiezione. Penso che oggi sia compito delle nuove generazioni quello di gettare delle basi solide per il cinema italiano, per riportarlo ai fasti delle pellicole di Sergio Leone, Ettore Scola, Pietro Germi, Mario Monicelli e di molti altri che hanno reso grande il nostro cinema in tutto il mondo.

Cosa suggeriresti a chi aspira a una carriera nel cinema?
Non credo che ci sia una risposta valida universalmente perché ogni persona fa storia a sé, tuttavia sono dell’idea che se veramente si ama questo mestiere il miglior modo per iniziare sia quello di girare tanti ma proprio tanti cortometraggi, piccole scenette, in cui sperimentare quanto appreso dai film che si vedono al cinema o in DVD. Altro passo importantissimo è la gavetta: cercare di stare il più possibile sui set, anche se si porta solo il caffè, per poter rubare il mestiere a quelli più esperti.

Quale pensi che sia il percorso migliore per un formazione in questo settore?
La miglior formazione è data dai film stessi. Tutto ciò di cui un regista ha bisogno lo può trovare nei film di Kubrick, Kurosawa, Fellini, Tarkovskij, Robert Altman, Mario Monicelli, Luchino Visconti, Sergio Leone e così via.

William lombardo

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