10 Capolavori del cinema asiatico

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Il cinema asiatico meriterebbe, per vari motivi, più spazio in Occidente. Ma quali sono i maggiori capolavori cinematografici nati nell’Est del mondo?

 

L’Occidente ha sempre tenuto poco in considerazione il cinema asiatico, un po’ per ignoranza, un po’ per una presunta superiorità intellettuale. In Italia poi, se si esclude l’animazione (o meglio, se non si tiene conto del successo dello Studio Ghibli, dovuto a una poco rumorosa ma costante campagna promozionale pluriennale), è roba per pochi cinefili. Eppure l’Asia ha dato un contributo fondamentale alla storia del cinema mondiale, per non parlare delle influenze incrociate che il cinema giapponese e il cinema italiano hanno sempre avuto. Basti citare due nomi su tutti, entrambi considerati fra i più grandi registi al mondo: Fellini e Masumura; il cinema nipponico fu fondamentale nella formazione del primo, il secondo studiò cinema in Italia, facendo esperienza sotto le direttive dello stesso Fellini e di Visconti.

I primi Paesi dell’Est a specializzarsi nella cinematografia furono il Giappone e l’India (Bollywood è ancora oggi la più grande industria cinematografica al mondo), poi arrivò l’Iran e successivamente ci fu il boom di Hong Kong, con il suo stile innovativo. La Cina ha iniziato a farsi notare negli anni ’80, insieme a Taiwan, e infine è arrivato il momento del cinema sudcoreano, che negli ultimi anni continua a regalare sorprese. Ma anche Thailandia, Filippine e Pakistan hanno iniziato a farsi notare.

Ispirati dalle religioni orientali e dalla filosofia, sono stati molti i registi asiatici in grado di lasciare un segno indelebile nella storia, e oggi troviamo nomi come Hong SangSoo, Jia Zhangke e Hirokazu Kore-eda in ogni festival celebrato in qualsiasi angolo del mondo. Ma per chi fosse completamente digiuno dell’argomento, ecco quali sono dieci capolavori del cinema asiatico che vale la pena conoscere e recuperare (le posizioni all’interno della classifica sono casuali).

10. Rashomon (1950, Akira Kurosawa)

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Akira Kurosawa è probabilmente il regista asiatico più conosciuto in tutto il pianeta. Rashomon, considerato il suo più grande capolavoro (ma gli altri dodici suoi film successivi non sono da meno), vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 1950 e l’Oscar come Miglior Film Straniero, pur essendo stato poco apprezzato in patria. Il trionfo del film permise a Kurosawa di essere riconosciuto a livello internazionale e fu una grande spinta per il cinema giapponese che iniziava così a farsi apprezzare anche nel resto del mondo. Rashomon racconta di un monaco e di un passante che, durante una pioggia incessante, si mettono a discutere dell’omicidio di un Samurai avvenuto qualche tempo prima. La storia viene raccontata tramite flashback da quattro testimoni, i quali forniscono quattro versioni diverse dell’accaduto, non permettendo così ai due protagonisti e allo spettatore di essere certi sulla verità dei fatti.
Pur non essendo stato il primo film a usare una narrazione non-lineare e un narratore non-onnisciente, rimane la pellicola più nota per aver usato queste tecniche, e anche quella che ne ha favorito la diffusione, al punto che venne coniata la definizione “Effetto Rashomon”, usata ancora oggi quando si parla di relatività della verità e di inaffidabilità della memoria. Si tratta inoltre del primo film in assoluto nella storia del cinema in cui è presente un’inquadratura del sole.

9. Viaggio a Tokyo (1953, Yasujiro Ozu)

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Moltissimi registi, fra cui Win Wenders, Hou Hsiao-Hsien, Aki Kaurismaki e Claire Denis, considerano Ozu come una guida. Contemporaneo di Kurosawa e Mizoguchi, Ozu non ottenne lo stesso successo al di fuori del Giappone, rimanendo sconosciuto per decenni al mondo occidentale. Il suo modo distintivo di fare film e il suo stile gli hanno però permesso di essere considerato come una delle figure fondamentali del cinema asiatico.
Ozu posiziona la macchina da presa all’altezza di una persona seduta, non usa tecniche stravaganti, non muove quasi mai la camera e lo fa solo quando due personaggi stanno parlando, spostando la ripresa di 180°. Pur essendo stato imitato innumerevoli volte, lo stile di Ozu rimane unico e non replicabile.
Viaggio a Tokyo è il film più “drammatico” di un regista che non ama i drammi. La pellicola rappresenta la decostruzione della famiglia giapponese nel dopoguerra, ma i temi dell’invecchiamento e del conflitto generazionale sono universali. Ogni persona che si definisca “cinefilo” deve aver visto almeno una volta il capolavoro più filosofico, cinico ma allo stesso tempo emozionante di Yasujiro Ozu.

8. Pane e fiore (1996, Mohsen Makhmalbaf)

pane e fiore

Dal Giappone ci spostiamo momentaneamente in Iran, per conoscere il lavoro di un regista ribelle diventato una delle figure più importanti del cinema iraniano: Mohsen Makhmalbaf. Fu condannato a morte all’età di 17 anni dopo aver accoltellato un poliziotto, ma fu rilasciato grazie alla rivoluzione che sconvolse il Paese poco dopo. Molti dei suoi film furono censurati perché “troppo politici” e la sua figura venne oscurata dall’amico Abbas Kiarostami. Nonostante tutto questo, ebbe un incredibile successo in patria.
Pane e fiore venne girato 22 anni dopo l’evento che portò il regista a essere condannato a morte, e si basa sui fatti di quel giorno. Non si tratta però né di un documentario né di una ricostruzione. Pane e fiore è piuttosto un meta-film che racconta la messa in scena del tragico evento. Da parte di Makhmalbaf non c’è la volontà di redimersi con questo lavoro, il suo unico scopo è raccontare quanto sia difficile rappresentare una storia in maniera precisa all’interno di un film. La linea che divide i personaggi del film da quelli reali risulta molto sfocata. Il film si conclude con l’uso di pane e un vaso da fiori al posto di coltelli e pistole.

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